Mentire, annientare, cancellare. Per Benito Mussolini diventare il Duce significa anche questo, un processo sperimentato su una donna prima che sull’intero Paese. La storia di Vincere, il film di Marco Bellocchio, ieri in concorso al Festival (alla proiezione per i giornalisti l’accoglienza è stata tiepida), è la cronaca di una violenza privata che si specchia in quella pubblica, nazionale, universale. La vittima, conosciuta quando Mussolini è il direttore dell’Avanti, a Milano, antimonarchico e anticlericale, si chiama Ida Dalser, ha la bellezza tragica di Giovanna Mezzogiorno, il suo piglio caparbio, il suo fascino sfrontato. L’incontro tra i due è fulminante, veloce come le saette delle immagini futuriste, gli amplessi estenuati, appassionati come nei versi dannunziani. Eppure Benito è sempre anche altrove, con l’orecchio e la mente tesi a cogliere i mutamenti del tempo: «Io non sarò mai contento, ho sempre paura di quelli che accettano la propria mediocrità».

Quando all’orizzonte si profila l’ombra della guerra, Mussolini è velocissimo nel cambiare idea. Nella sede dell’Avanti si discute: «La guerra è un suicidio per il proletariato, è dalla pace che ci viene il pane», ma lui ha già scelto, sta dalla parte di quelli che dicono «marciare non marcire». Ida gli è accanto, pronta a tutto pur di favorire la sua ascesa, venderà la casa, il salone di bellezza, i gioielli, pur di aiutarlo a fondare «Il Popolo d’Italia». Lui, intanto, progressivamente, si allontana. Quando lei gli dice che è incinta, risponde: «Meglio un battesimo che un funerale». Albino nasce così, rifiutato prima ancora di conoscere il mondo. Da quel momento, in parallelo, il film descrive l’inseguimento di Ida e la trasformazione di Benito. E’ una corsa a senso unico, senza ritorno, in tutti e due i casi. All’ospedale, dove Mussolini è ricoverato per le ferite di guerra, Ida e Rachele si fronteggiano, e lui per la prima volta la definisce matta. La condanna non ha appello, il calvario di Ida e di suo figlio si consuma all’ombra dei cinegiornali d’epoca, ormai i contatti con il Duce avvengono solo sullo sfondo dello schermo in bianco e nero. Restano i sogni, il matrimonio con l’abito bianco, la felicità che non c’è stata. Per Mussolini, ormai, quella donna non rappresenta altro che la possibilità di uno scandalo, così la macchina per distruggerla si mette in moto con puntualità implacabile.

Il primo ricovero avviene a Pergine, vicino Trento, la diagnosi è «sindrome paranoica», la signora continua a ripetere di essere la moglie del Duce e la madre del suo primogenito. Intanto Albino cresce oppresso dall’assenza della paternità. Ida, però, è irriducibile, il dottore dell’ospedale psichiatrico di San Clemente le indica la via di fuga: «Impari a recitare anche lei, faccia il suo personaggio, la donna fascista che sa stare al suo posto, cioè in casa». Ma l’amore è rivoluzionario e non può piegarsi alla regola della menzogna: «L’uomo che mi ha adorato, a cui ho dato tutto, mi ha cancellato come se fossi un fantasma». Per questo la tragedia è inevitabile, quella di Ida e anche di suo figlio, alla fine rinchiuso anche lui in manicomio. L’intero film vive sull’intreccio tra le immagini dei documentari d’epoca e la finzione ricostruita nello stile del tempo, Mezzogiorno sembra fatta apposta per ilhttp://www.lastampa.it ruolo di quella che Bellocchio ha definito un’eroina scomoda, mentre Filippo Timi esprime nella prima parte la carica sensuale del Mussolini giovane. Alla fine lo ritroviamo nei panni del figlio adulto che imita il Duce seguendone i discorsi pubblici, i toni iperbolici, i tic compiaciuti. E’ l’unica eredità ricevuta da quel padre indegno. Lo specchio di un tradimento, lo stesso perpetrato nei confronti dell’Italia intera. La scena di Ida arrampicata sulle grate del manicomio, sospesa sui fiocchi di neve come se la sofferenza l’avesse già spinta su, nell’alto dei cieli, è destinata a stamparsi nella mente, così come gli occhi pieni di lacrime con cui la malata immaginaria segue, nella casa di cura, un film con Charlot e il suo monello. Nella finzione i due possono riabbracciarsi, per lei e Albino quel momento non verrà mai.

Vincere, a Casatenovo dal 30 maggio

Tratto da http://www.lastampa.it