
Un lavoro da “terroni” sfigati, quello dell’insegnante. Assenteisti e fannulloni, tristi e piagnoni, eccoli lì a lamentarsi in ogni occasione degli alunni maleducati e ignoranti, dei genitori distratti e compiacenti, del bullismo e del carovita, dello stipendio da fame o dello stress degli impegni di lavoro, dal momento che tre mesi di ferie, escluse Natale, Pasqua e Carnevale, per la settimana bianca di rito, non possono di certo bastare. Questo è più o meno quanto sostengono almeno quattro o cinque ministri della Repubblica, ben amplificati dai media sempre pronti a sciorinare statistiche e cifre sull’entità dei costi della scuola, dati confezionati ad arte per fornire i soliti alibi, e per depauperare ancor più l’istruzione pubblica. la classe Ma è già da qualche tempo che a queste panzane non crede più nessuno. Schiacciati dalla crescita incontrollabile dei prezzi e dall’impotenza politica di imporre un qualsiasi calmiere la gente comune e lo stesso ceto medio impoverito dalla conversione all’euro, dall’inflazione e dalla stagnazione salariale ha compreso che ben altra è la situazione che vivono quotidianamente le scuole dei propri figli, le nostre scuole. E giunge proprio a proposito nelle sale italiane (uscita 10 ottobre) La classe, un film sincero e prezioso sul ruolo dell’insegnamento nella società attuale, un’opera che non potrà che stimolare la discussione dentro e fuori il pianeta scolastico, in questo autunno che si preannuncia decisamente “caldo” per i noti provvedimenti apparecchiati per il comparto. Presentata in extremis all’ultimo Festival di Cannes, la pellicola di Laurent Cantet (Risorse umane, A tempo pieno, Verso il sud), ha superato in dirittura d’arrivo i nostri Gomorra e Il divo, entrambi in lizza per il massimo riconoscimento, aggiudicandosi la Palma d’Oro e affermandosi unanimemente come una realizzazione esemplare di cinema-inchiesta che dice di più e meglio delle periferie francesi – e nostre – di quanto non facciano tanti reportage e dossier televisivi. la classeLa classe è la trasposizione in immagini del best seller di François Bégaudeau Entre les murs uscito in Francia nel 2006 e ristampato in Italia presso Einaudi nella collana Stile Libero. Come una sorta di diario che si dipana lungo l’arco di un anno scolastico, il film, che annovera come protagonista principale lo stesso insegnante autore del libro, e come scolari degli interpreti non professionisti trovati tra i banchi, descrive una difficile esperienza didattica, avara di soddisfazioni quanto ricca di frustrazioni, in una scuola di frontiera, un istituto medio superiore del 20? arrondissement parigino tra ragazzi di 14, 15, e 16 anni. Soggetto del film è il quotidiano trascorrere del tempo di un gruppo di alunni eterogeneo e problematico durante le lezioni del giovane professore François Marin, docente di lingua e letteratura francese, nonché tutor (coordinatore) della classe. Il racconto ha inizio con la presentazione degli insegnanti (vecchi e nuovi) al Collegio dei docenti, e con lo scambio di informazioni e pareri tra gli stessi sulle classi e sugli elementi che le compongono. Poi il lavoro sul campo, il confronto in aula, l’indolenza dei primi giorni, il rinforzo lessicale, le immancabili divertenti castronerie: “L’argenterie? Gli abitanti dell’Argentina, no prof ?”. La fatica dell’insegnante in una scolaresca multietnica in cui il risentimento razziale e classista, le polemiche sull’identità nazionale, le difficoltà espressive dovute alla lingua e l’integrazione degli alunni più isolati sopravanzano le urgenze didattiche e culturali, non gli impediscono di coinvolgere, seppur molto lentamente, la maggior parte degli allievi sui registri linguistici e sul tradizionale spauracchio del congiuntivo, sulla lettura de Il diario di Anna Frank, con conseguente stimolante dibattito, e sulla composizione scritta del proprio autoritratto. Esmeralda e Rabah, Boubacar e Justine, Nassim e Khoumba, Cherif e Wey, insieme a tutti gli altri compagni – disillusi delle “banlieu”-, oltre alla propria consapevolezza e al precoce atteggiamento nichilista, possiedono pochi punti di riferimento: il cellulare e l’hip hop, i videogame e il culto per i tanti figli d’Africa eroi del calcio (Zidane ed Henry, Drogba e Diarra…) che hanno giocato o militano tuttora nelle squadre più forti d’Europa. I ragazzi non perdono occasione per beccarsi tra loro e provocare il professore con sfibranti duelli verbali, con l’inosservanza e la sistematica trasgressione alle regole, con un “look” spavaldamente esibito, con i continui riferimenti alla sfera sessuale e con la messa in discussione del metodo didattico. Souleymane, i versetti del Corano tatuati sul braccio, arriva a irretirlo additandolo come omosessuale. Carl compone un autoritratto che suona come un rap delle periferie. Ma la scuola “resiste”. Deve. Il consiglio di classe oscilla tra l’irrigidimento delle regole e la tolleranza. Qualcuno propone la patente a punti per il comportamento, com’è oggi quella di guida. Altri la sostituzione della macchinetta del caffè. François Marin si impegna allo stremo per accrescere l’autostima nei propri allievi. Sa che quella è la via giusta. Si accora nei colloqui periodici coi genitori, coinvolge i ragazzi con lo studio al pc, svolge puntualmente le scadenze periodiche. E l’interesse dei discenti sembra crescere… la classe Ma è un illusione che dura poco. Sebbene alieno alle minacce e alle punizioni Marin a fine anno è sotto pressione a causa dello stress accumulato nei mesi e per via dei continui attriti con gli elementi più turbolenti della classe. Finisce così per commettere un errore. Un suo pesante apprezzamento nei confronti di due alunne provoca la reazione sconnessa di Souleymane, il quale si fa sospendere, e addirittura espellere dall’istituto. Infine viene il tempo dei bilanci: i ragazzi scoprono, quasi tutti, di aver imparato qualcosa. Servirà mai? La sensazione del fallimento è sempre latente. Tuttavia, la vena ironica si mostra viva in ogni occasione, nel colorito frasario degli studenti quanto nelle risposte dell’insegnante, nei dialoghi giocati sul filo dell’allusione e del gioco surreale, in una sorta di schermaglia teatrale, dramma finale incluso, in cui ognuno si ritaglia il suo carattere. Il docente tenta di governare tanta energia, di istruire, di mettersi in gioco in prima persona denudandosi dell’ipocrisia, cercando di interrogarsi sugli errori commessi, ma tali sforzi non produrranno gli effetti programmati, o quantomeno sperati. La telecamera di Cantet – da molti definito “il Ken Loach francese”- possiede la leggerezza di una farfalla: si muove invisibile e garbata tra le inquadrature dell’insegnante e quelle degli allievi, cogliendone le espressioni più vere. Il risultato ottenuto è straordinario, e non solo mette in risalto la distanza fra le generazioni, ma fornisce uno spaccato sociale ed economico dell’universo studentesco delle periferie, mostra il disagio di chi vive ai margini di un benessere avvertito e sfiorato, ma ancora decisamente distante. E più ancora ritrae la solitudine del docente del terzo millennio, disarmato di fronte alla rapidità delle mutazioni, impegnato eroicamente nella difesa dei valori tradizionali e al tempo stesso proiettato alla ricerca di nuove e attraenti soluzioni educative per la rifondazione di una professione che appare talvolta ambiguamente inadeguata a fornire risposte ai bisogni manifestati dai giovani. La classe – Entre les murs paventa, insomma, la scarsa fattibilità dell’armonia e dell’aggregazione nella scuola delle differenze, dell’eterogeneità, della multirazzialità e della multiculturalità. Ciononostante non bisogna abbandonarsi al pessimismo. Il laboratorio pedagogico scolastico ha ancora tante altre strade da percorrere…