Un nemico torna dal passato per minacciare la Chiesa nel periodo di “sede vacante” (tra la morte di un Papa e l’elezione del successivo): gli Illuminati, una setta intenta ad avvicinare ragione e fede, storicamente riconducibile, secondo l’autore Dan Brown, a Galileo. È con la loro inequivocabile firma che arrivano la rivendicazione del sequestro dei quattro Cardinali “preferiti” (quelli maggiormente vicini alla successione pontificia), e la minaccia di annientare Città del Vaticano tramite l’esplosione di un campione di antimateria, sottratto al CERN di Ginevra.

Dopo “Il Codice da Vinci”, Tom Hanks reindossa i panni di Robert Langdon, studioso di simbologia di Harvard chiamato a risolvere un altro mistero in bilico tra logica e religione con l’aiuto di Vittoria Vetra (Ayelet Zurer), una scienziata di origini italiane. Lo scenario non è più Parigi, ma la Città Eterna, location che si presta nel permettere al regista Ron Howard di concedersi qualche svago in più rispetto al film precedente, con un montaggio serrato, fortemente funzionale allo sviluppo narrativo, muovendosi tra chiese, piazze e piani suggestivi volti ad inscenare una Capitale dall’aria quasi occulta. Notevoli, a tal proposito, gli sguardi delle statue che dall’alto osservano con fare severo ed enigmatico l’andamento della vicenda, estremamente fedele al romanzo di Dan Brown ad eccezione di un paio di momenti nel quale il paradosso avrebbe toccato vette esagerate anche per un kolossal hollywoodiano.

Probabilmente il talento di Mr. “Forrest Gump” è eccessivo per un ruolo che non richiede una grande capacità interpretativa, assai poco disposto ad infiltrarsi nella psicologia e nei tormenti interiori del personaggio. In alcuni momenti appare infatti ingessato nei panni di un eroe dall’ego smisurato, con una fiducia nelle proprie conoscenze ai limiti del sovrumano. Convincente invece il resto del cast, a partire dal fascino molto poco glamour della Zurer fino al rigoroso, ma umano, cardinale di Armin Mueller-Stahl, una certezza. Ovviamente non può farci che piacere notare come anche dall’altra parte dello stagno si siano accorti del talento cristallino del nostro Pierfrancesco Favino, ancora sulle sue ma in rampa di lancio.

Se visto con il giusto atteggiamento, “Angeli e Demoni” si rivela essere un film discretamente godibile, un’avventura trepidante e talvolta fin troppo adrenalinica, in cui storia e leggenda vengono opportunamente miscelate al fine di creare un piatto invitante per lo spettatore più famelico di suspense e spensieratezza, per il quale la realtà è importante fino ad un certo punto. Sebbene sia forte la tentazione di “socializzare” la pellicola, in un’epoca in cui Fede e Scienza sembrano essere tornate ai ferri corti, sarebbe del tutto inopportuno cercare una qualsiasi morale o guida nel parto della fantasia di uno scrittore che, per vendere qualche libro in più, non esita a stare in bilico tra blasfemia e semplice provocazione.

Kolossal se ce n’è uno, a farci capire una volta per tutte che Hollywood rimane prima di tutto la capitale del gioco e dell’intrattenimento, e l’impegno, talvolta, può aspettare il suo turno fuori dalla porta. Senza offesa.

Tratto da http://www.cinefile.biz

Mentire, annientare, cancellare. Per Benito Mussolini diventare il Duce significa anche questo, un processo sperimentato su una donna prima che sull’intero Paese. La storia di Vincere, il film di Marco Bellocchio, ieri in concorso al Festival (alla proiezione per i giornalisti l’accoglienza è stata tiepida), è la cronaca di una violenza privata che si specchia in quella pubblica, nazionale, universale. La vittima, conosciuta quando Mussolini è il direttore dell’Avanti, a Milano, antimonarchico e anticlericale, si chiama Ida Dalser, ha la bellezza tragica di Giovanna Mezzogiorno, il suo piglio caparbio, il suo fascino sfrontato. L’incontro tra i due è fulminante, veloce come le saette delle immagini futuriste, gli amplessi estenuati, appassionati come nei versi dannunziani. Eppure Benito è sempre anche altrove, con l’orecchio e la mente tesi a cogliere i mutamenti del tempo: «Io non sarò mai contento, ho sempre paura di quelli che accettano la propria mediocrità».

Quando all’orizzonte si profila l’ombra della guerra, Mussolini è velocissimo nel cambiare idea. Nella sede dell’Avanti si discute: «La guerra è un suicidio per il proletariato, è dalla pace che ci viene il pane», ma lui ha già scelto, sta dalla parte di quelli che dicono «marciare non marcire». Ida gli è accanto, pronta a tutto pur di favorire la sua ascesa, venderà la casa, il salone di bellezza, i gioielli, pur di aiutarlo a fondare «Il Popolo d’Italia». Lui, intanto, progressivamente, si allontana. Quando lei gli dice che è incinta, risponde: «Meglio un battesimo che un funerale». Albino nasce così, rifiutato prima ancora di conoscere il mondo. Da quel momento, in parallelo, il film descrive l’inseguimento di Ida e la trasformazione di Benito. E’ una corsa a senso unico, senza ritorno, in tutti e due i casi. All’ospedale, dove Mussolini è ricoverato per le ferite di guerra, Ida e Rachele si fronteggiano, e lui per la prima volta la definisce matta. La condanna non ha appello, il calvario di Ida e di suo figlio si consuma all’ombra dei cinegiornali d’epoca, ormai i contatti con il Duce avvengono solo sullo sfondo dello schermo in bianco e nero. Restano i sogni, il matrimonio con l’abito bianco, la felicità che non c’è stata. Per Mussolini, ormai, quella donna non rappresenta altro che la possibilità di uno scandalo, così la macchina per distruggerla si mette in moto con puntualità implacabile.

Il primo ricovero avviene a Pergine, vicino Trento, la diagnosi è «sindrome paranoica», la signora continua a ripetere di essere la moglie del Duce e la madre del suo primogenito. Intanto Albino cresce oppresso dall’assenza della paternità. Ida, però, è irriducibile, il dottore dell’ospedale psichiatrico di San Clemente le indica la via di fuga: «Impari a recitare anche lei, faccia il suo personaggio, la donna fascista che sa stare al suo posto, cioè in casa». Ma l’amore è rivoluzionario e non può piegarsi alla regola della menzogna: «L’uomo che mi ha adorato, a cui ho dato tutto, mi ha cancellato come se fossi un fantasma». Per questo la tragedia è inevitabile, quella di Ida e anche di suo figlio, alla fine rinchiuso anche lui in manicomio. L’intero film vive sull’intreccio tra le immagini dei documentari d’epoca e la finzione ricostruita nello stile del tempo, Mezzogiorno sembra fatta apposta per ilhttp://www.lastampa.it ruolo di quella che Bellocchio ha definito un’eroina scomoda, mentre Filippo Timi esprime nella prima parte la carica sensuale del Mussolini giovane. Alla fine lo ritroviamo nei panni del figlio adulto che imita il Duce seguendone i discorsi pubblici, i toni iperbolici, i tic compiaciuti. E’ l’unica eredità ricevuta da quel padre indegno. Lo specchio di un tradimento, lo stesso perpetrato nei confronti dell’Italia intera. La scena di Ida arrampicata sulle grate del manicomio, sospesa sui fiocchi di neve come se la sofferenza l’avesse già spinta su, nell’alto dei cieli, è destinata a stamparsi nella mente, così come gli occhi pieni di lacrime con cui la malata immaginaria segue, nella casa di cura, un film con Charlot e il suo monello. Nella finzione i due possono riabbracciarsi, per lei e Albino quel momento non verrà mai.

Vincere, a Casatenovo dal 30 maggio

Tratto da http://www.lastampa.it

Forse Gene Roddenberry si rivolterà nella tomba. Già perché dopo aver visto Star Trek 11, ultimo e attesissimo film della più che quarantennale saga qualche dubbio viene. Beninteso, non che il film diretto da Jeffrey Jacob Abrams non sia divertente, brioso, ricco di effetti speciali e per molti versi originale e ben realizzato. Il suo problema è che lo è troppo: è un fumetto, stile Marvel, privo di quel pathos e di quell’intensità drammatica che era nel dna della della saga inventata 43 anni fa dal leggendario Gene Roddenberry. Anzi a tratti è addirittura comico. E spesso in alcune battute lo è involontariamente.
Ed è anche privo di quell’affascinate matrice filosofica e concettuale che ha costituito il nucleo logico e intellettuale di 5 serie di telefilm per 526 episodi, una serie di cartoni animati e 11 film. Star Trek rappresenta un fenomeno culturale e sociale che ha influenzato gente comune, grandi scienziati (come il grande fisico Steven Hawking, che addirittura prese parte in una puntata di “The Next Generation”) e il design di numerosi oggetti ora di uso comune come i cellulari a conchiglia così simili ai comunicatori della prima serie e non a caso introdotti da Motorola nella seconda metà degli anni novanta con l’evocativo nome di Star Tac, oppure come i computer palmari e i comandi touch per i display oggi tanto di moda.
Star Trek 11 è un prequel: narra infatti la storia di James T. Kirk e del vulcaniano Spok, prima dell’assegnazione al comando della nave stellare Enterprise. Va indietro nel tempo e si ricollega a quella leggendaria prima serie che a partire dal 1966 accese un successo senza precedenti nella storia della televisione e del cinema di fantascienza. È persino coerente con tutta la storia immaginifica della Flotta stellare, della Federazione unita dei pianeti per mirare al cuore degli appassionati, di tutti quelli che generazione dopo generazione, da 43 anni sognano di arrivare dove nessuno è mai giunto prima, magari in un universo dove la tecnologia libera dal bisogno e i conflitti, così come sognava Roddenberry. Tuttavia la trama, che si sviluppa tra paradossi temporali porta gli sceneggiatori a reinventare la storia stessa dei personaggi culto della prima indimenticata serie classica, quella degli anni sessanta. E così il capitano James Tiberius Kirk (Chris Pine), il primo ufficiale, il vulcaniano Spock impersonato da Zachary Quinto (ma nel film compare anche lo Spock originale con Leonard Nimoy) nonché il tenente Uhura, il medico di bordo Leonard (Bons) MacCoy e Montgomery Scott il geniale ingegnere tornano a rivivere in quello che può essere considerato un episodio pilota di una nuova, reinventata serie, dove al centro c’è sempre la leggendaria nave stellare Uss Enterprise, con quel numero di registro di flotta ncc 1701 uno che fa sempre battere il cuore dei trekkies di tutto il mondo. Ma è tutta un’altra storia, un’altra Federazione, un’altra Flotta stellare, in una diversa linea temporale.
Ed ecco che per far rinascere Star Trek dopo il flop di “La nemesi” del 2002 e del semi insuccesso della serie tv Enterprise (solo 4 stagioni anziché 7 come era panificato) l’unica chance per Paramount era reinventare il mito. Riprogettarlo dalle origini, non a caso il pay-off del cartellone è «il futuro ha inizio». E questa volta lo fa senza più mirare al cervello ma solo alla pancia, al divertimento e all’azione: la riflessione resta fuori dalla scena. Con questo Star Trek, spariscono concetti profondi come Idic (infinite diversità, infinite combinazioni) che stava alla base dell’ideologia pacifista e di rispetto per tutte le razze e specie insita nel Dna della saga. Non vi è traccia se non per sommi capi dell’anima di Star Trek e di quel sogno di potere arriva coraggiosamente dove nessuno e mai giunto prima grazie a una tecnologia che libera dal bisogno e dal conflitto. E così Star Trek diventa solo divertente, veloce e rapido. Per far leva sulla generazione “YouTube”, dei più giovani che consumano entertainment in pillole, liofilizzato e senza troppo sapore.

[Tratto da il sole 24 ore]

Earth - Una famiglia di orsi polari Earth - Una famiglia di orsi polari Earth - Un branco di elefanti Earth - Un branco di elefanti una balena megattera e il suo cucciolo appena nato Earth - Una balena megattera e il suo cucciolo appena nato

Earth – La nostra Terra è un documentario naturalistico del 2007 destinato al cinema, realizzato dalla BBC Natural History Unit come primo film della Disneynature. Il film è uscito in contemporanea mondiale il 22 aprile 2009.

Il documentario è una co-produzione britannica, statunitense e tedesca, girata interamente in alta definizione con l’ausilio del 35mm e delle più innovative tecniche di ripresa. Earth utilizza alcune delle sequenze della serie di documentari BBC HD Planet Earth.

Il documentario mostra i differenti habitat e tutte le creature che popolano il pianeta Terra, mettendo in guardia lo spettatore su tutto ciò che minacce la loro futura sopravvivenza, focalizzando l’attenzione su tre “famiglie” di animali, megattere, elefanti africani e orsi bianchi.

[Tratto da Wikipedia]

L'ospite inatteso (The Visitor)

Walter Vale è un professore universitario di economia, rimasto vedovo, che insegna ormai svogliatamente e vive monotonamente in una cittadina del Connecticut. Quando di malavoglia accetta di sostituire un collega a una conferenza a New York, scopre che il suo appartamento, da tempo disabitato, è stato affittato con l’inganno ad una giovane coppia, il siriano Tarek, che suona il djembe in un gruppo jazz, e l’africana Zainab, disegnatrice di gioielli. Dopo la sorpresa iniziale, Walter invita i due a restare, almeno fino a che non troveranno un altro tetto, e inizia con Tarek un’amicizia nel nome della musica. Ma un contatto incidentale con la polizia, in metropolitana, fa finire Tarek, immigrato irregolare, in un centro di detenzione nel Queens. L’arrivo della madre del ragazzo, Mouna, rinnova l’impegno e l’affetto di Walter per Tarek ma il suo fermo assume sempre più i connotati della prigionia.
Opera seconda di Tom McCarthy, sceneggiatore, regista e altrove anche attore, L’Ospite inatteso ruota attorno alla figura di Richard Jenkins, perfetto “ordinary man”, che fa economia sulla propria vita, cercando di restare legato al passato attraverso uno strumento –il piano- per cui non è portato, salvo scoprire accidentalmente di avere un cuore che batte ancora, al ritmo di un tamburo africano. Ma il concerto è ancora agli inizi che già deve lasciare il posto allo sconcerto, di fronte al trionfo dell’ordine e dei suoi burocratici esecutori.
Se nel precedente The Station Agent, vittorioso al Sundance, l’autore portava in scena un trio fuori dal mondo, qui i personaggi sono sì dei diversi, innanzitutto l’uno per l’altro (e Mouna non può non notare quanto sia nera Zainab), ma sono al contempo rappresentanti comuni della cittadinanza della metropoli contemporanea, suoi ospiti in entrambi i sensi di marcia.

L'ospite inatteso L'ospite inatteso L'ospite inatteso

[Tratto dahttp://www.evelinvideo.it]

Il giardino di limoni (Lemon Tree), nelle sale italiane a partire dal 12 dicembre, verrà presentato fuori concorso al Torino Film Festival, alla presenza del regista Eran Riklis (La sposa siriana). Proprio in questi giorni, inoltre, il film ha ricevuto due candidature ai prestigiosi European Film Awards, quella per la migliore interpretazione alla straordinaria protagonista Hiam Abbass (Paradise Now, Munich, La sposa siriana, Il mio amico giardiniere) e quella per la sceneggiatura firmata dallo stesso Riklis con la giornalista Suha Arraf.

Il giardino di limoni

Già accolto trionfalmente al Festival di Berlino, dove ha ricevuto il Premio del Pubblico, e forte di un grande successo di pubblico e critica in Francia, Il giardino di limoni (Lemon Tree) si avvia a diventare uno dei titoli di punta del cinema di qualità di questa stagione cinematografica.

Il giardino di limoni (Lemon Tree) (Etz Limon, Israele/Germania/Francia, 2008) di Eran Riklis con Hiam Abbass, Ali Suliman, Rona Lipaz-Michael, Doron Tavory. Salma, una vedova palestinese che vive in un villaggio della Cisgiordania, scopre che il suo nuovo vicino di casa è il Ministro della Difesa israeliano. Quando, per ragioni di sicurezza, le viene intimato di abbattere quel giardino di limoni che rappresenta il suo unico sostentamento e le sue stesse radici, la donna non si dà per vinta e porta la causa in tribunale. L’amicizia inaspettata della moglie del ministro, mossa dalla solidarietà femminile, e l’amore del suo giovane avvocato riescono a sostenerla in una sfida che a tutti sembra impossibile. Dal regista de La sposa siriana, una storia emozionante sul coraggio di una donna in lotta per la libertà e un appassionato messaggio di speranza. Vincitore del premio del pubblico all’ultimo Festival di Berlino.

Il giardino di limoni Il giardino di limoni Il giardino di limoni

[Tratto da www.megamondo.com]

Quali film vi piacerebbe vedere all’auditorium?

Earth - La nostra terra.Le Cronache di Narnia: il viaggio del veliero.L'era glaciale 3.Harry Potter e il principe mezzosangue.Angeli e demoni.Hanna Montana - the movie

IL CINEMA, spesso, è una questione di facce: scegliere quelle giuste significa portare a casa buona parte del risultato, in termini di credibilità e di capacità di attirare l’attenzione del pubblico. E allora onore al merito per Francesca Archibugi, che per il suo ritorno nelle sale – con Questione di cuore - mette insieme un’accoppiata di volti destinati a bucare lo schermo: quelli di Antonio Albanese e Kim Rossi Stuart.

Personaggi dello spettacolo tra loro assai diversi – uno è un talento comico come pochi, l’altro un classico bello e tormentato da grande schermo – i due recitano fianco a fianco in questa vicenda di amicizia, di diversità sociali e culturali, e di eventi destinati a sconvolgere l’esistenza di chi li subisce. Come capita appunto a loro: Angelo (Rossi Stuart), carrozziere di un quartiere popolare romano, e Alberto, sceneggiatore di successo dal carattere quanto meno complicato, si ritrovano fianco a fianco, nella sala rianimazione di un ospedale. E tra loro, immediata, nasce l’intesa: anche perché ognuno sa bene cosa è successo all’altro. Cosa significa, insomma, sentirsi abbandonati dal proprio cuore, vittime di infarto.

Così, anche quando vengono dimessi, la loro simbiosi continua. Con Alberto che si installa nella casa di Angelo, abitata anche dalla moglie incinta (Micaela Ramazzotti) e dai figli. Il risultato è la creazione di una sorta di famiglia allargata: in cui il carrozziere ha il ruolo solido di chi manda avanti la baracca, e l’intellettuale quello di chi consuma emozioni e situazioni. Anche se non è detto che queste parti in commedia restino fisse, visto che il destino è sempre dietro l’angolo…

Liberamente tratto dal libro Una questione di cuore di Umberto Contarello (pubblicato da Feltrinelli), il film, come ha spiegato la regista, vuole parlare dell’Italia contemporanea: “Anche se in modo sghembo, attraverso l’incontro tra due personaggi portatori di mondi inconciliabili”. E a rendere interessante la loro vicenda, come ha ammesso la stessa Archibugi, sono soprattutto gli attori: “Ho avuto in regalo due interpreti eccezionali, ognuno mi ha fatto dono di sé, in modo commovente e profondo”.

Quanto ai diretti interessati, Albanese ha detto che ad attrarlo verso il film è stato soprattutto “il percorso emotivo che i due personaggi affrontano, dopo l’incontro con il dolore: per questo mi sono documentato sull’infarto, sulle sue cause, su tutto ciò che ne consuegue”. Rossi Stuart, invece, ha spiegato che ad affascinarlo è stato in particolare “l’aspetto leggero del film, dalla commedia: ho cercato di spingerla fino al limite massimo, anche se c’è un tappeto sotterraneo malinconico”.

Per il resto, questo fine settimana nei cinema offre, tra le new entry, numerose alternative: ad esempio l’italiano Complici del silenzio, sull’Argentina della dittatura e i Mondiali del ‘78; l’all star americano Disastro a Hollywood (con Robert De Niro, Sean Penn, Bruce Willis) ; l’adrenalinico Fast and Furious – Solo parti originali; il piccolo ma originalissimo Focaccia blues; l’italiano Fuga dal call center. Questioni di cuore

Per tutte le altre informazioni sui film nelle sale, consultate anche il  sito Trovacinema.

(La Repubblica – 17 aprile 2009)

Un lavoro da “terroni” sfigati, quello dell’insegnante. Assenteisti e fannulloni, tristi e piagnoni, eccoli lì a lamentarsi in ogni occasione degli alunni maleducati e ignoranti, dei genitori distratti e compiacenti, del bullismo e del carovita, dello stipendio da fame o dello stress degli impegni di lavoro, dal momento che tre mesi di ferie, escluse Natale, Pasqua e Carnevale, per la settimana bianca di rito, non possono di certo bastare. Questo è più o meno quanto sostengono almeno quattro o cinque ministri della Repubblica, ben amplificati dai media sempre pronti a sciorinare statistiche e cifre sull’entità dei costi della scuola, dati confezionati ad arte per fornire i soliti alibi, e per depauperare ancor più l’istruzione pubblica. la classe Ma è già da qualche tempo che a queste panzane non crede più nessuno. Schiacciati dalla crescita incontrollabile dei prezzi e dall’impotenza politica di imporre un qualsiasi calmiere la gente comune e lo stesso ceto medio impoverito dalla conversione all’euro, dall’inflazione e dalla stagnazione salariale ha compreso che ben altra è la situazione che vivono quotidianamente le scuole dei propri figli, le nostre scuole. E giunge proprio a proposito nelle sale italiane (uscita 10 ottobre) La classe, un film sincero e prezioso sul ruolo dell’insegnamento nella società attuale, un’opera che non potrà che stimolare la discussione dentro e fuori il pianeta scolastico, in questo autunno che si preannuncia decisamente “caldo” per i noti provvedimenti apparecchiati per il comparto. Presentata in extremis all’ultimo Festival di Cannes, la pellicola di Laurent Cantet (Risorse umane, A tempo pieno, Verso il sud), ha superato in dirittura d’arrivo i nostri Gomorra e Il divo, entrambi in lizza per il massimo riconoscimento, aggiudicandosi la Palma d’Oro e affermandosi unanimemente come una realizzazione esemplare di cinema-inchiesta che dice di più e meglio delle periferie francesi – e nostre – di quanto non facciano tanti reportage e dossier televisivi. la classeLa classe è la trasposizione in immagini del best seller di François Bégaudeau Entre les murs uscito in Francia nel 2006 e ristampato in Italia presso Einaudi nella collana Stile Libero. Come una sorta di diario che si dipana lungo l’arco di un anno scolastico, il film, che annovera come protagonista principale lo stesso insegnante autore del libro, e come scolari degli interpreti non professionisti trovati tra i banchi, descrive una difficile esperienza didattica, avara di soddisfazioni quanto ricca di frustrazioni, in una scuola di frontiera, un istituto medio superiore del 20? arrondissement parigino tra ragazzi di 14, 15, e 16 anni. Soggetto del film è il quotidiano trascorrere del tempo di un gruppo di alunni eterogeneo e problematico durante le lezioni del giovane professore François Marin, docente di lingua e letteratura francese, nonché tutor (coordinatore) della classe. Il racconto ha inizio con la presentazione degli insegnanti (vecchi e nuovi) al Collegio dei docenti, e con lo scambio di informazioni e pareri tra gli stessi sulle classi e sugli elementi che le compongono. Poi il lavoro sul campo, il confronto in aula, l’indolenza dei primi giorni, il rinforzo lessicale, le immancabili divertenti castronerie: “L’argenterie? Gli abitanti dell’Argentina, no prof ?”. La fatica dell’insegnante in una scolaresca multietnica in cui il risentimento razziale e classista, le polemiche sull’identità nazionale, le difficoltà espressive dovute alla lingua e l’integrazione degli alunni più isolati sopravanzano le urgenze didattiche e culturali, non gli impediscono di coinvolgere, seppur molto lentamente, la maggior parte degli allievi sui registri linguistici e sul tradizionale spauracchio del congiuntivo, sulla lettura de Il diario di Anna Frank, con conseguente stimolante dibattito, e sulla composizione scritta del proprio autoritratto. Esmeralda e Rabah, Boubacar e Justine, Nassim e Khoumba, Cherif e Wey, insieme a tutti gli altri compagni – disillusi delle “banlieu”-, oltre alla propria consapevolezza e al precoce atteggiamento nichilista, possiedono pochi punti di riferimento: il cellulare e l’hip hop, i videogame e il culto per i tanti figli d’Africa eroi del calcio (Zidane ed Henry, Drogba e Diarra…) che hanno giocato o militano tuttora nelle squadre più forti d’Europa. I ragazzi non perdono occasione per beccarsi tra loro e provocare il professore con sfibranti duelli verbali, con l’inosservanza e la sistematica trasgressione alle regole, con un “look” spavaldamente esibito, con i continui riferimenti alla sfera sessuale e con la messa in discussione del metodo didattico. Souleymane, i versetti del Corano tatuati sul braccio, arriva a irretirlo additandolo come omosessuale. Carl compone un autoritratto che suona come un rap delle periferie. Ma la scuola “resiste”. Deve. Il consiglio di classe oscilla tra l’irrigidimento delle regole e la tolleranza. Qualcuno propone la patente a punti per il comportamento, com’è oggi quella di guida. Altri la sostituzione della macchinetta del caffè. François Marin si impegna allo stremo per accrescere l’autostima nei propri allievi. Sa che quella è la via giusta. Si accora nei colloqui periodici coi genitori, coinvolge i ragazzi con lo studio al pc, svolge puntualmente le scadenze periodiche. E l’interesse dei discenti sembra crescere… la classe Ma è un illusione che dura poco. Sebbene alieno alle minacce e alle punizioni Marin a fine anno è sotto pressione a causa dello stress accumulato nei mesi e per via dei continui attriti con gli elementi più turbolenti della classe. Finisce così per commettere un errore. Un suo pesante apprezzamento nei confronti di due alunne provoca la reazione sconnessa di Souleymane, il quale si fa sospendere, e addirittura espellere dall’istituto. Infine viene il tempo dei bilanci: i ragazzi scoprono, quasi tutti, di aver imparato qualcosa. Servirà mai? La sensazione del fallimento è sempre latente. Tuttavia, la vena ironica si mostra viva in ogni occasione, nel colorito frasario degli studenti quanto nelle risposte dell’insegnante, nei dialoghi giocati sul filo dell’allusione e del gioco surreale, in una sorta di schermaglia teatrale, dramma finale incluso, in cui ognuno si ritaglia il suo carattere. Il docente tenta di governare tanta energia, di istruire, di mettersi in gioco in prima persona denudandosi dell’ipocrisia, cercando di interrogarsi sugli errori commessi, ma tali sforzi non produrranno gli effetti programmati, o quantomeno sperati. La telecamera di Cantet – da molti definito “il Ken Loach francese”- possiede la leggerezza di una farfalla: si muove invisibile e garbata tra le inquadrature dell’insegnante e quelle degli allievi, cogliendone le espressioni più vere. Il risultato ottenuto è straordinario, e non solo mette in risalto la distanza fra le generazioni, ma fornisce uno spaccato sociale ed economico dell’universo studentesco delle periferie, mostra il disagio di chi vive ai margini di un benessere avvertito e sfiorato, ma ancora decisamente distante. E più ancora ritrae la solitudine del docente del terzo millennio, disarmato di fronte alla rapidità delle mutazioni, impegnato eroicamente nella difesa dei valori tradizionali e al tempo stesso proiettato alla ricerca di nuove e attraenti soluzioni educative per la rifondazione di una professione che appare talvolta ambiguamente inadeguata a fornire risposte ai bisogni manifestati dai giovani. La classe – Entre les murs paventa, insomma, la scarsa fattibilità dell’armonia e dell’aggregazione nella scuola delle differenze, dell’eterogeneità, della multirazzialità e della multiculturalità. Ciononostante non bisogna abbandonarsi al pessimismo. Il laboratorio pedagogico scolastico ha ancora tante altre strade da percorrere…

[Da http://www.foglidarte.com]

Quando la ragazza californiana Susan Murphy viene colpita da un meteorite pieno di una sostanza misteriosa, e si ingigantisce diventando alta quindici metri, la gente inizia a chiamarla mostro, dandole il nome di “Ginormica“. Susan viene quindi prelevata dai militari e portata in una base segreta, dove scopre un gruppo di altri mostri come lei, nascosti dai militari nel corso degli anni. Di questo gruppo di mostri fanno parte il brillante Dottor Professor Scarafaggio, che però ha la testa di un insetto, il muscoloso mezzo-scimmia, mezzo pesce Anello Mancante, l’indistruttibile e gelatinoso B.O.B. (Massa Gelatinosa Indistruttibile) e la larva alta cento metri chiamata Insettosauro.
La loro prigionia, però, non è destinata a durare a lungo, poiché un robot alieno, mandato da Gallaxhar, è arrivato per seminare panico e distruzione: sotto la guida del generale W.R. Monger, e per ordine del Presidente, il gruppo di mostri è chiamato all’azione per combattere gli alieni e difendere la Terra.

[http://it.wikipedia.org/wiki/Mostri_contro_alieni]

Mostri contro alieni a Casatenovo dal primo maggio